Le piante della medicina ayurvedica


Non prendere mai come movente il frutto della tua azione; 
non provare attaccamento [neppure] per il non-agire. 
Bhagavadgita, 2, 47

Etimologicamente la parola Ayurveda, cioè scienza della vita, in sanscrito, può essere accostata alla nostra `biologia', ma forse vi sono stati anche dei collegamenti storici veri e propri dell’Ayurveda con la medicina greca. Le sue radici possono essere infatti rintracciate nel sistema religioso indiano dei Veda, più di quattromila anni fa, mentre il suo concreto e documentato sviluppo è più recente, contemporaneo alla diffusione delle rivoluzioni religiose del 6° sec. a.C., prima fra tutte il buddhismo; e le sue origini mitologiche ricalcano il mito prometeico dell’uomo come unione del cielo e della terra. Si dice infatti che ad impartire la conoscenza della medicina e della chirurgia agli uomini sia stato Dhanvantari, il medico degli dei, inviato sulla terra dal loro capo lndra, che ne aveva ereditato il sapere da Brahma stesso, il creatore dell’universo. 



Alla base del sistema ayurvedico, costituito da trattati di medicina generale, chirurgia generale, otorinolaringoiatria e oculistica, psichiatria, pediatria, tossicologia, Rasayana o scienza del ringiovanimento e Vajikarana o scienza degli afrodisiaci, troviamo l’armonia esistente fra microcosmo e macrocosmo: la credenza cioè che il corpo sia composto dagli stessi cinque elementi fondamentali (Mahabhuta: terra, acqua, fuoco, etere, aria) che compongono l’intero universo, quindi il cibo che mangiamo, l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo.

Combinazioni di questi elementi originano i tre Dosha corporei, cioè Vata, Pitta e Kapha, presenti in misura diversa in ciascun individuo: quando sono normali per proporzione ed azione essi sono la fonte della salute normale, mentre quando, per motivi dietetici o di altra natura, sono squilibrati, causano la sofferenza organica e mentale. 

Ogni costituzione fisica, avendo una diversa composizione elementare, presenta una diversa reazione ad un particolare preparato medico, per cui la stessa medicina non è prescritta ad ogni occorrenza della stessa malattia, ma considerazioni legate alla variazione individuale possono influire anche notevolmente sulla scelta terapeutica. 




Lo sforzo del medico ayurvedico è indirizzato a riportare il Dosha in eccesso al suo normale livello, e a far aumentare quello insufficiente fino alla normalità, ripristinando così il loro reciproco equilibrio; soprattutto a non influire negativamente sulla condizione generale del paziente tramite trattamenti che causino effetti collaterali anche solo leggermente debilitanti. 

Grande importanza è attribuita all’igiene personale, che comprende tutte le misure di prevenzione del male ottenute per mezzo di una vita normale e sana, tra le quali l’osservanza della morale ha per la pratica ayurvedica un posto di assoluto rilievo; un testo sacro usato dai medici per prescrivere ai pazienti regole di vita impone loro di esercitare: `perpetua compassione, rinuncia, controllo dell’azione, della parola, del pensiero, dedizione alla conoscenza e alla sapienza per il bene e il beneficio degli altri'. Fortunatamente interviene la dieta, in aiuto di coloro che non riescono a seguire modelli tanto perfetti. Basata anch’essa sulla struttura elementare dell’individuo, e sulla ripartizione del tempo in stagioni, che ne modificano il regime prescrittivo, la qualità dell’alimentazione è il fondamento della pratica medica - il detto `dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei' assume qui un valore costitutivo. 

Il saggio della tribù degli Sakya,
che divenne il Buddha 
quando ottenne l'illumunazione,
cioè la perfetta conoscenza della verità.

I sei Rasa (dolce, acido, piccante, amaro, salato e astringente), infatti, sono visti come le trasformazioni cui i cinque Mahabhuta sono sottoposti nel processo di creazione dei Dosha, cioè di ciascun individuo, attraverso la digestione, l’assimilazione e l’escrezione del nutrimento che assumiamo. 

I medicamenti ayurvedici sono suddivisi in cinque tipi fondamentali: emetici, purganti, clisteri, clisteri oleosi, decongestionanti nasali; la loro azione farmacologica principale è determinata dalla presenza in essi di particolari Rasa. In epoca antica, il medico era già in grado di distinguere le proprietà di ciascuna parte attiva di un’essenza vegetale - radici, fusto, foglie, frutti, fiori - che era solito coltivare egli stesso ed impiegare per la preparazione di semplici ricette, ognuna secondo la stagione ritenuta più appropriata. 



L’azione del medicamento vegetale si esplica secondo il principio che i diversi condotti presenti nel corpo umano, che l’anatomia ayurvedica aveva identificato e che trasportano il liquido nutritivo, il sangue e i Dosha attraverso tutto l’organismo, possono bloccarsi a seguito di un processo digestivo incompleto, quindi generare tutte le affezioni conosciute; per liberarli si deve usare - nella dieta e nelle medicine - una sostanza che abbia proprietà opposte a quelle presenti nel Dosha implicato nel blocco, in modo che esso sia ridotto e ricondotto allo stato normale. Un eccesso di Kapha (che provoca letargia, dispnea, obesità, sonnolenza, ecc...), ad esempio, è curato dall’impiego di sostanze povere di terra e acqua e ricche di aria, etere, fuoco, come il miele.

Per poter comprendere il campo d’azione delle varie specie di piante proprie della medicina ayurvedica, queste note non possono servire che da breve introduzione; per chi sia interessato ad approfondire l’argomento, consigliamo la lettura di Introduzione all’Ayurveda, di C.G. Thakkur, Ubaldini Editore, Roma, 1979.

Le medicine vegetali ayurvediche

Le forme consuete di preparato presenti nella medicina ayurvedica sono curna, kvatha, guti, asava, lehya, taila, e bhasma. Secondo le regole stabilite negli antichi testi, i medici erano soliti preparare a mano i rimedi in ambienti igienici, che svolgevano anche la funzione di distribuzione ai pazienti, quindi erano assimilabili alle moderne farmacie. Le descrizioni che seguono riportano la procedura di preparazione tradizionale, ma i singoli preparati illustrati - che fungono da mero esempio e sono stati tutti testati anche in laboratori occidentali - sono ormai ottenuti solitamente in modo industriale.

CURNA: le materie prime sono principalmente foglie, ma in alcuni casi possono essere utilizzate anche le altre parti della pianta. Dopo la completa essiccazione, avvenuta all’ombra o al sole, si procedeva alla polverizzazione, filtrazione attraverso una stoffa e conservazione in un recipiente asciutto e ben chiuso. Il termine di scadenza era in genere un anno. 

Fino a cinquanta erbe diverse possono entrare nella composizione di un curna, anche se normalmente se ne usano solo due o tre contemporaneamente. Ad esempio, all’Eclipta alba(L.) Hassk., un’asteracea (falsa margherita), che ha la capacità - dimostrata in test di laboratorio - di migliorare le funzioni epatiche nei casi di cirrosi e di epatite infettiva, oltre ad essere impiegata come purgante ed emetico, può essere aggiunta la polvere di Picrorhiza scrophulariiflora Pennell, una scrofulariacea originaria del Nepal, la cui radice ha proprietà cardiotoniche e antipiretiche, insieme a talco (polverizzato a parte).

KVATHA: la procedura di preparazione di una singola dose era di aggiungere da 8 a 16 volte in volume di acqua alla dose prescritta di una determinata polvere - non così finemente macinata come quella per i curna - far bollire fino alla riduzione di un quarto del volume originario e quindi filtrare. Per la seconda dose, si aggiungeva ancora da 8 a 16 volte in volume di acqua e si lasciava poi riposare per otto ore, cui seguiva la nuova bollitura e la filtrazione. Si preparavano così, fra gli altri, i decotti di tek (Tectona grandis L.f., fam. VERBENACEAE), la cui corteccia è ancora oggi nota per le sue proprietà curative dell’ulcera peptica. Il suo effetto mitigante sulla secrezione gastrica è stato sperimentalmente dimostrato.

GUTI: la polvere ottenuta dall’essiccazione e dalla macinazione delle erbe era mescolata al succo di varie piante fresche, che ne accrescevano l’efficacia medicamentosa. Con la pasta risultante erano preparate a mano delle pillole, che venivano poste ad asciugare al sole o all’ombra. Pillole contenenti Trikatu tra gli altri ingredienti erano usate per riequilibrare la concentrazione dei tre Dosha all’interno dell’organismo. Le due specie di pepe sono usate ancora oggi per trattare disordini gastrici, addominali e urologici; il pepe nero anche per promuovere l’appetito, P. longum anche per alcune forme di asma e di bronchite.

Dhanvantari, il medico degli dei che ha rivelato l'Ayurveda agli uomini. 

 ASAVA: dal decotto di succhi vegetali fu inventato il metodo di preparare una tintura alcolica che ne permettesse la lunga conservazione. Questi vini di erbe erano ottenuti mediante fermentazione naturale - ancora oggi la massima gradazione alcolica raggiunta è di 15°: si usava un vaso di terra sul cui bordo interno veniva spalmato del burro di latte di bufala liquefatto, misto a polvere di rizoma di curcuma per evitare che si inacidisse. 

L’applicazione moderna di estratti alcolici di Commiphora wightii (Arn.) Bhandari (BURSERACEAE) è nel trattamento dell’obesità. 
La resina ottenuta da questo piccolo albero è risultata molto efficace nel diminuire i livelli di colesterolo ‘cattivo’ e di trigliceridi nel sangue e nel far aumentare i livelli di colesterolo ‘buono’, proteggendo così l’organismo dall’insorgenza della malattia aterosclerotica. I composti steroidei responsabili dell’effetto sono stati isolati e identificati col nome di guggulsteroni, dal nome sanscrito della resina. Sembra che abbiano un effetto antiossidante sulle molecole di colesterolo ‘cattivo’. Un’altra famosa tintura mescolava il Neem(Azadirachta indica A.Juss., fam. MELIACEAE) e la curcuma (Curcuma longa L., fam. ZINGIBERACEAE) per trattare alcune dermatiti come la scabbia ed alcune altre prodotte da funghi. 




Il Neem inoltre possiede proprietà antidiabetiche, antibatteriche e antivirali.

LEHYA: è un preparato ayurvedico tipico. Tutti gli ingredienti vengono aggiunti a uno sciroppo per preparare la gelatina, che sarà più o meno solida a seconda del periodo di conservazione previsto. Un esempio famoso in tutta l’India è il tonico conosciuto come Cyavana prasa, ricca di Emblica officinalis Gaertn. (EUPHORBIACEAE), che giova come rimedio in molte affezioni dell’apparato respiratorio (bronchite cronica, tubercolosi) oltre ad avere un ruolo secondario a quello dei guggul (si veda poco sopra) nel trattamento dell’ipercolesterolemia.

TAILA: sono oli speciali preparati a partire dal decotto con la sostanza medicinale, che viene poi bollito con olio come base. Ad evaporazione ultimata resta solo l’essenza, che viene solitamente impiegata per massaggi, clisteri, lozioni per il cuoio capelluto, ecc.

BHASMA: il metallo (quello ritenuto più efficace è il ferro) è ridotto a fogli sottili, poi viene riscaldato fino all’incandescenza e immerso sette volte in varie sostanze - olio di sesamo, siero di latte, aceto ed altre. Questo procedimento di calcinazione elimina la tossicità del metallo per i processi di ossidazione che intervengono, in modo che esso possa essere tranquillamente assimilato dall’apparato digerente. 



Si tramanda che Nagarjuna, usasse preparati a base di mercurio (sottoposto a 18 stadi di purificazione) per volare. Come esempio possiamo citare l’Articulina-F, la cui formula contiene la radice di Withania somnifera (L.) Dunal, fam. SOLANACEAE, il fusto di Boswellia serrata Roxb., fam. BURSERACEAE e il rizoma di Curcuma longa, insieme ad un complesso a base di zinco. Essa viene impiegata nel trattamento dell’osteoartrite, una malattia reumatica degenerativa che porta alla perdita di cartilagine articolare.

Proprietà ayurvediche delle piante

Sono molte le specie di piante descritte nei testi ayurvedici tradizionali e impiegate nella preparazione di medicamenti ed olii essenziali; nella sezione precedente è stato riportato qualche esempio di specie originarie della flora del continente subindiano e tropicale, tra le quali Emblica officinalis, Eclipta alba, Picrorhiza scrophulariiflora sono le varietà `ad ampio spettro', più note anche in occidente per le loro proprietà curative. Ma anche tra le piante originarie o comunque naturalizzate della nostra flora ve ne sono molte che trovano un impiego nella medicina ayurvedica e che hanno il pregio della facile reperibilità per un uso dietetico non necessariamente prescritto dal medico.

Nella famiglia delle LILIACEAE, che molte specie ha prestato all’uso medicinale ayurvedico, troviamo fra le più versatili Allium sativum L., l’aglio (Lashuna), spontaneo della zona extratropicale settentrionale dell’Asia, ma introdotto e coltivato quasi ubiquitariamente. Tra i suoi componenti troviamo un olio essenziale, che contiene principalmente disolfuro di allile e di propile, le vitamine A, Bl, B2 e C e le sostanze antibatteriche allicina e allicetoina I e II. E’ una delle pochissime specie a possedere cinque Rasa: dolce, salato, piccante, amaro, astringente, pur prevalendo quello piccante. Manca il sapore acido. 

L’aglio viene impiegato nella terapia ayurvedica di ringiovanimento; effettuata d’inverno, prevede l’assunzione di 15 g al giorno e il controllo medico costante perché possono insorgere complicanze sia funzionali che organiche. La sua azione farmacologica si esplica come vasodilatatore, digestivo e antisettico ed è prescritto, oltre che come rimedio sintomatico del raffreddore e della tosse, anche nei casi di reumatismo e ipercolesterolemia.Effetto sui Dosha: fa diminuire Vata e Kapha, fa aumentare Pitta 
Virya: ushna (caldo)
Vipak: katu (piccante)
Guna: nessuna
Prabhava: nessuna
Affinità Dhatu: nessuna

Un’antica statua che raffigura il medico celeste; secondo la filosofia ayurvedica, esso è in realtà presente in ogni uomo e deve solamente essere ‘risvegliato’ per mettersi all’opera. L’Acorus calamus L. (ARACEAE), calamo aromatico (Vacha), è una vigorosa pianta perenne originaria dell’Asia centrale e occidentale, diffusa in tutta Europa nei luoghi umidi e paludosi, dove può essere anche facilmente coltivata. Cresce bene soprattutto sulle rive dei laghi e dei fiumi, anche nelle zone fredde. I Rasa sono piccante e amaro - dati dai due componenti attivi glucosidici della radice, l’acoretina e la calamina. 

Shatavari root
Botanical Name : Asparagus racemosus Sanskrit — Shatavari Hindi — Shatavari
English — Indian Asparagus, Hundred Roots, Chinese – Tian men dong
Family : Asparagaceae
L’estratto alcolico è ipotensivo, sedativo, analgesico.


Effetto sui Dosha (struttura fisica): fa diminuire Vata e Kapha, fa aumentare Pitta 
Virya (energia): ushna (caldo)
Vipak (azione post-digestiva): katu (piccante)
Guna (qualità): laghu (leggero), tikshna (penetrante, sottile)
Prabhava (potenza speciale): nessuna  
Affinità Dhatu (tissutale): sistema nervoso
Il basilico sacro (Tulsi), Ocimum sanctum L. (LAMIACEAE), parente stretto del basilico impiegato nella nostra cucina, è spontaneo, oltre che dell’India e dell’Indonesia, dove viene considerato sacro e coltivato nei giardini di molte case, anche dell’Australia, dove cresce nel Queensland e nei territori settentrionali. 




Le foglie delicate variano dal color rosso scuro all’azzurrognolo, mentre il fiore è bianco e rosso. I Rasa sono amaro, piccante e astringente. Contiene rame in forma organica e la sua sistematica assunzione - comunemente sotto forma di infuso, anche con latte e zucchero - potenzia le capacità di difesa dell’organismo, oltre ad avere un effetto leggermente sedativo. Giova nelle affezioni del tratto gastrointestinale e dei polmoni per le sue proprietà antibatteriche, antivirali e broncodilatatrici. Si usano soprattutto le foglie.Effetto sui Dosha (struttura fisica): fa diminuire Vata e Kapha, fa aumentare Pitta 
Virya (energia): ushna (caldo)
Vipak (azione post-digestiva): katu (piccante)
Guna (qualità): laghu (leggero), ruksa (secco)
Prabhava (potenza speciale): nessuna
Affinità Dhatu (tissutale): sistema nervoso, midollo osseo, polmoni, cuore
La liquirizia (Yasti Madhu), Glycyrrhiza glabra L. (FABACEAE), viene utilizzata in medicina da migliaia di anni ed è coltivata anche in India pur non essendovi spontanea. Dalla radice si estraggono i componenti tra cui la glicirrizina (sale calcico e potassico dell’acido glicirrizico, 50 volte più dolce del saccarosio), glucosidi flavonoidi, liquiritoside e isoliquiritoside. Il Rasa è dolce. E’ usata soprattutto sotto forma di curna, come espettorante, emetico, broncodilatatore, antiinfiammatorio, con cautela nei casi di ipertensione e ritenzione idrica. La radice è fibrosa, perciò viene cotta, mescolata a latte o miele.


Effetto sui Dosha (struttura fisica): fa diminuire Vata e Pitta 
Virya (energia): shita (freddo)
Vipak (azione post-digestiva): madhura (dolce)
Guna (qualità): guru (pesante), snigdha (untuoso)
Prabhava (potenza speciale): nessuna
Affinità Dhatu (tissutale): tutti i sistemi corporei
Glycyrrhiza glabra, la liquirizia.

Le aloe sono liliacee succulente originarie delle zone asciutte e assolate dell’Africa meridionale e orientale e sono utilizzate per le loro proprietà medicinali fin dall’antichità, non solo in India, ma anche in Grecia, Egitto, Cina. Sono menzionate per la prima volta nel papiro di Eber del 1500 a.C. Aloe barbadensisMill. (Kumari), con Rasa dolce, amaro, astringente, contiene gli alcaloidibarbaloina e isobarbaloina che formano l’aloina ‘cristallina’ e ‘amorfa’ e un’alta percentuale di estrogeni che ne sconsigliano l’impiego in gravidanza; ha proprietà antisettiche, antivirali, lassative, protettive della mucosa gastrica e del fegato.

Effetto sui Dosha (struttura fisica): fa diminuire Vata, Pitta e Kapha 
Virya (energia): shita (freddo)
Vipak (azione post-digestiva): madhura (dolce)
Guna (qualità): guru (pesante), snigdha (untuoso), slaksna (liscio)
Prabhava (potenza speciale): lassativo, depuratore del fegato e del sangue
Affinità Dhatu (tissutale): tutti i sistemi corporei
Possiamo menzionare ancora Prunus amygdalus (L.) Batsch (ROSACEAE), il mandorlo comune (Vatama), che allevia Vata, il cui frutto è prescritto nelle malattie polmonari e renali e che, unito al burro fuso di latte di bufala con latte e zucchero, ha proprietà afrodisiache (va preso almeno per un mese). Ricinus communis L. (EUPHORBIACEAE), il ricino (Eranda), di cui si utilizzano soprattutto i semi, dai quali si ricava un olio che giova in tutte le malattie reumatiche e come purgante. Punica granatum L. (PUNICACEAE), il melograno (Dadima), di cui molti popoli antichi usavano a scopo terapeutico la corteccia della radice che contiene alcaloidi (pelletierina), per eliminare la tenia e per regolarizzare il flusso mestruale. Cynodon dactylon (L.) Pers. (POACEAE), l’erba mazzolina (Durva), dal cui rizoma si estrae un succo che viene somministrato alle donne per accrescerne la fertilità e che fa diminuire Kapha e Pitta. Infine il miele (Madhu), con Rasa dolce e leggermente astringente, che esalta gli effetti terapeutici dei medicamenti ai quali viene aggiunto e allevia soprattutto Kapha; la medicina ayurvedica consiglia l’assunzione del prodotto invecchiato e non mescolato a bevande calde, con le quali sarebbe molto nocivo.

Ocimum sanctum, il basilico sacro.


Bibliografia: "Le piante della medicina ayurvedica"

Dash B. e Junius M.M. Manuale di Ayurveda. La medicina tradizionale indiana, Edizioni Mediterranee.

http://www.ayurveda.com/materiamedica/index.html - Ancient Ayurvedic Herbs and their Traditional Uses.

http://www.avurveda-herbs.com/ - Ayurvedic Alternative Herbal products, rasayanas, remedies, Medicines, Herbs, and supplements.

http://www.thehimalayadrugco.com/ - Common Ayurvedic Herbs and Minerals according to alphabetic references.

Thakkur C.G., 1979. Introduzione all’Ayurveda, Ubaldini Editore, Roma.

(fonte: Manuele Bondì)